Ortho-Bionomy®: perché non concentrarsi soltanto sul dolore
Il terapista e la trappola del sintomo: l'importanza della centratura e dell'osservazione nel lavoro corporeo.

Quando il sintomo cattura la nostra attenzione
Immaginiamo una persona che arriva per un trattamento lamentando un forte dolore cervicale. Ci racconta quanto sia fastidioso, indica il punto in cui sente maggiormente la tensione e ci chiede di intervenire proprio lì.
È una situazione comune per chi lavora con il corpo.
Quando proviamo dolore, è naturale concentrare tutta la nostra attenzione sulla zona che ci fa soffrire. Desideriamo che qualcuno intervenga proprio in quel punto, perché è lì che percepiamo il problema ed è da lì che vorremmo ottenere sollievo.
La persona, quindi, non porta soltanto un sintomo, ma anche una richiesta precisa, talvolta insistente: «Mi fa male qui, vorrei che lavorassi proprio qui».
In quel punto si crea una struttura emotiva, un forte punto di richiesta di attenzione e il focus di un'attesa profonda.
Dall'altra parte, anche noi terapisti desideriamo aiutare, offrire un trattamento efficace e possibilmente ottenere un risultato.
Ma proprio nell'incontro tra le aspettative della persona e le nostre può nascere una difficoltà poco evidente: lasciarci inghiottire dal sintomo e dalla richiesta di risolverlo .
Se permettiamo che sia esclusivamente la richiesta della persona a determinare il nostro intervento, rischiamo di diventare dipendenti dalle sue aspettative. E se a queste aggiungiamo il nostro desiderio di ottenere un risultato, possiamo perdere progressivamente la capacità di osservare con libertà.
Il dolore diventa il protagonista. Tutta l'attenzione si concentra sulla zona indicata e il trattamento rischia di trasformarsi in una continua ricerca della soluzione immediata.
Ma il compito del terapista non è semplicemente fare ciò che viene richiesto. È comprendere, insieme alla persona, quale intervento possa essere più appropriato per il suo benessere.
Questo richiede una distinzione importante: ascoltare la richiesta non significa esserne guidati in modo automatico.
Possiamo accogliere il disagio, riconoscere il bisogno di sollievo e, allo stesso tempo, mantenere la libertà di osservare il corpo nel suo insieme.
A volte ciò che la persona indica come punto sul quale intervenire non è necessariamente il luogo più opportuno da cui iniziare.
Il dolore merita sempre attenzione e un'adeguata considerazione, anche sanitaria quando necessaria. Ma, quando il lavoro corporeo è appropriato, possiamo proporre modalità diverse da quelle inizialmente immaginate dalla persona, spiegandone il motivo e condividendo con lei le nostre scelte.
Non siamo lì per eseguire automaticamente una richiesta, né per imporre la nostra soluzione. Siamo lì per accompagnare la persona verso possibilità di maggiore benessere.
Ed è proprio per mantenere questa libertà di osservazione e di scelta che diventa fondamentale una qualità del terapista: la centratura.
La centratura permette di osservare ciò che è realmente presente
Essere centrati non significa essere distaccati o meno coinvolti nella sofferenza della persona. Significa riuscire a mantenere una presenza attenta, senza essere trascinati dalle sue aspettative o dalle nostre.
Quando siamo troppo concentrati sull'obiettivo di eliminare un sintomo, rischiamo di vedere soltanto ciò che conferma la nostra idea del problema. Al contrario, quando manteniamo uno sguardo più ampio, possiamo accorgerci di elementi che altrimenti passerebbero inosservati.
Prima ancora di intervenire sul collo, possiamo osservare come si presenta nel suo insieme. Le spalle sono incurvate in avanti? Il torace partecipa liberamente alla respirazione? La persona tende a trattenere il respiro quando si muove? Come distribuisce il peso sui piedi? Quali movimenti esegue con facilità e quali sembrano richiedere uno sforzo maggiore?
Non stiamo cercando a tutti i costi una spiegazione nascosta del dolore. Stiamo semplicemente osservando ciò che è presente.
Questa distinzione è importante perché osservare non è la stessa cosa che interpretare.
Se vediamo una persona con le spalle in avanti, questa è un'osservazione. Se concludiamo immediatamente che quella postura sia la causa del dolore cervicale, stiamo formulando un'ipotesi che non abbiamo ancora verificato.
L'osservazione oggettiva richiede quindi di riconoscere i fatti, sospendere i giudizi prematuri e lasciare aperte più possibilità.
In questo modo il terapista non rinuncia al proprio ragionamento, ma evita che le sue convinzioni diventino più importanti delle informazioni che il corpo gli sta offrendo.
Imparare a mantenere questa visione d'insieme è una delle capacità che sviluppiamo durante la formazione Ortho-Bionomy®. Non riguarda soltanto la conoscenza delle tecniche, ma anche il modo in cui il terapista osserva, ragiona e sceglie come intervenire.
Non sempre il punto in cui si manifesta il problema è quello da cui iniziare
Nell'Ortho-Bionomy® questo modo di osservare assume un'importanza particolare.
Il nostro intento non è necessariamente intervenire con forza sulla zona che manifesta maggiore tensione, ma ricercare condizioni nelle quali la persona possa trovare comfort, movimento e possibilità di adattamento. Quando l'intenzione di risolvere diventa troppo forte, rischia di trasformarsi in un'“in-tensione” che limita la nostra capacità di osservare.
Se il collo è molto dolorante e la muscolatura si trova in uno stato di protezione, un intervento diretto potrebbe non essere la scelta più confortevole.
Potremmo allora iniziare dal torace, dalle spalle o da altre zone funzionalmente coinvolte, osservando come il corpo risponde a un movimento o a una posizione.
Non perché abbiamo deciso in anticipo che il problema nasce altrove, ma perché quelle zone possono offrirci possibilità di lavoro che la parte dolorante, in quel momento, non consente.
Per spiegare questo principio, durante l'insegnamento mi piace utilizzare un'immagine molto semplice.
Immaginiamo di stendere l'impasto di una pizza. Mentre lo allarghiamo, in un punto la pasta diventa troppo sottile e si crea un piccolo buco.
Se continuiamo a tirare proprio in quel punto, difficilmente risolveremo il problema. Anzi, rischiamo di allargarlo.
Possiamo invece lavorare delicatamente sull'impasto circostante, accompagnando la pasta verso la zona che si è assottigliata.

Naturalmente il corpo umano non funziona come un impasto e questa immagine non rappresenta una spiegazione anatomica o fisiologica. È una metafora che ci aiuta a comprendere un principio: non sempre insistere dove si manifesta il problema è il modo più utile per affrontarlo.
A volte è necessario ampliare lo sguardo e riconoscere le possibilità presenti nelle altre parti del sistema.
Il corpo possiede capacità di adattamento e regolazione che coinvolgono continuamente il sistema nervoso, il movimento e il tono muscolare. Nel lavoro Ortho-Bionomy® cerchiamo di rispettare queste capacità, proponendo stimoli e posizioni confortevoli e verificando le risposte della persona, senza pretendere di imporre un risultato.
Imparare a osservare è parte della formazione Ortho-Bionomy®
Questa capacità non nasce semplicemente dalla conoscenza delle tecniche.
Un operatore può conoscere numerose manovre e tuttavia trovarsi in difficoltà quando deve scegliere come intervenire, soprattutto se si lascia condizionare dal bisogno di risolvere immediatamente il problema.
Per questo, durante la formazione Ortho-Bionomy®, dedichiamo attenzione non soltanto all'anatomia, alle posizioni antalgiche e alle modalità di contatto, ma anche alla qualità dell'osservazione e alla centratura di chi lavora.
Gli studenti imparano progressivamente a riconoscere ciò che accade, distinguere le proprie interpretazioni dalle informazioni osservabili, esplorare possibilità di movimento e adattare il trattamento alle risposte della persona.
Non si tratta di diventare osservatori passivi. Al contrario, significa sviluppare una partecipazione più consapevole, nella quale ogni scelta nasce dall'incontro tra conoscenza, esperienza e ciò che possiamo effettivamente verificare.
È un apprendimento che richiede pratica, tempo e disponibilità a mettere in discussione le proprie certezze.
Perché, a volte, la difficoltà maggiore non è trovare una nuova tecnica, ma riuscire a non utilizzare automaticamente quella che avevamo già in mente.
Il sintomo rimane un'informazione importante, ma non deve occupare tutto il nostro campo visivo.
Quando riusciamo a non farci trascinare dall'urgenza di risolvere, possiamo osservare la persona con maggiore libertà e riconoscere possibilità che prima non avevamo considerato.
Forse è proprio questa una delle competenze più importanti da sviluppare nel lavoro corporeo: non perdere di vista la persona mentre ci occupiamo del suo problema.
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Daniele Orta
Insegnante e terapista Ortho-Bionomy®L'Arte del Tocco



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