Un corpo, una persona, molte dimensioni

L'Arte del Tocco – Corpo, esperienza e consapevolezza
Quando una persona entra nel mio studio con un dolore, una tensione o una difficoltà di movimento, le prime domande vengono quasi spontanee.
Dove fa male? Da quanto tempo? Quale struttura può essere coinvolta? Cosa posso fare?
Sono domande importanti. Ma negli anni ho imparato che, da sole, non bastano.
Perché davanti a me non c'è una cervicale, una spalla o una schiena.
C'è una persona.
Con il suo corpo, certo, ma anche con una storia, delle abitudini, un modo di muoversi e respirare, esperienze, emozioni, relazioni e un ambiente con cui entra continuamente in rapporto.
È da questa consapevolezza che nasce L'Arte del Tocco.
Non è un nuovo metodo e non vuole mettere insieme discipline diverse per crearne un'altra. È piuttosto uno spazio di ricerca e riflessione nato dal mio incontro con l'Ortho-Bionomy®, la Scienza del Benessere Integrativo Unificante, la Psicomotricità Funzionale e, soprattutto, dal lavoro quotidiano con le persone.
Un percorso che negli anni mi ha portato sempre più spesso a farmi una domanda:
Di che cosa ha bisogno questa persona, in questo momento?
Il corpo è il punto di partenza
Il corpo è ciò che incontro per primo.
Guardo come una persona cammina, si siede, respira, si muove, si appoggia sul lettino. Percepisco zone più libere e altre più rigide, differenze di tono, asimmetrie, movimenti che avvengono facilmente e altri che sembrano richiedere uno sforzo maggiore.
Nell'Ortho-Bionomy® il contatto, il movimento e la ricerca di posizioni di maggiore comfort permettono di entrare in relazione con queste risposte senza partire immediatamente dall'idea di dover correggere qualcosa.
Non significa non intervenire.
Significa, per me, incontrare prima di cambiare.
Quella tensione, quella postura o quel modo di muoversi potrebbero essere anche il risultato di un adattamento che il corpo ha trovato nel tempo.
Allora provo ad avvicinarmi con curiosità.
Tocco. Osservo. Ascolto. Verifico.
E lascio che ciò che accade mi suggerisca il passo successivo.

La persona non finisce dove finisce il corpo
Con il tempo mi sono reso conto che fermarsi alla dimensione fisica rischia di raccontare soltanto una parte della storia.
Pensieri, emozioni, esperienze, aspettative e ambiente possono influenzare il nostro modo di respirare, il tono muscolare, la percezione del dolore e il modo in cui reagiamo a ciò che viviamo.
Corpo e mente non conducono due vite separate.
Questo non significa cercare necessariamente un'emozione dietro ogni dolore o pensare di poter conoscere la storia di qualcuno osservandone la postura.
Preferisco una posizione più prudente.
Il corpo non sempre ci racconta perché qualcosa accade. Ma ci mostra come sta rispondendo.
Ed è proprio questa distinzione ad interessarmi.
Le discipline che ho incontrato nel mio percorso mi hanno offerto punti di osservazione differenti.
L'Ortho-Bionomy® mi ha insegnato l'ascolto, ma anche un modo particolare di entrare in contatto e in relazione con la persona: avvicinarsi senza imporre, rispettare ciò che è presente, riconoscere le risposte del corpo e lasciare spazio ai suoi tempi. Con gli anni ho compreso che questo atteggiamento può andare oltre la tecnica e diventare una qualità dell'incontro.
La Scienza del Benessere Integrativo Unificante mi ha aiutato ad ampliare lo sguardo sull'essere umano nella sua complessità, considerando insieme le sue diverse dimensioni e approfondendo il ruolo che esperienze, vissuti e conflitti possono avere nel suo modo di reagire e adattarsi. Mi ha offerto strumenti e chiavi di lettura per cercare di comprendere non soltanto ciò che una persona manifesta, ma anche il contesto più ampio nel quale quel disagio può essere emerso.
La Psicomotricità Funzionale ha aggiunto attenzione al movimento, all'esperienza corporea e alla relazione con l'ambiente.
Non sento il bisogno che una disciplina dimostri o spieghi l'altra.
Preferisco considerarle prospettive differenti attraverso cui incontrare e comprendere la stessa persona.
Integrare non significa spiegare tutto
Allargare lo sguardo porta con sé anche un rischio: voler trovare una spiegazione per ogni cosa.
Il dolore diventa un'emozione. La tensione un conflitto. La postura una caratteristica della personalità.
Ma una persona è molto più complessa di una corrispondenza.
Un sintomo può essere influenzato da struttura, movimento, carichi, abitudini, stress, sonno, esperienze, aspettative e ambiente. Spesso questi elementi si intrecciano.
E qualche volta, semplicemente, non sappiamo.
Per me integrare non significa possedere una teoria capace di spiegare tutto.
Significa poter guardare da più punti di vista, senza perdere il contatto con ciò che realmente abbiamo davanti.
Anche accettare di non sapere può essere parte del lavoro.
Prima comprendere, poi cambiare
Il corpo non è qualcosa di statico.
Si modifica, compensa, distribuisce diversamente i carichi, cambia il tono muscolare e cerca continuamente modi per adattarsi a ciò che incontra.
Non tutti questi adattamenti rimangono efficaci nel tempo. Alcuni possono diventare limitanti o contribuire al disagio.
Ma prima di considerarli semplicemente qualcosa da eliminare, mi interessa farmi un'altra domanda:
Che cosa sta cercando di fare questo corpo?
È una domanda che cambia il modo di intervenire.
Non parto necessariamente da una forma ideale verso cui riportare la persona. Posso invece cercare di creare le condizioni nelle quali possa percepire qualcosa di diverso ed esplorare nuove possibilità.
A volte attraverso una posizione.A volte attraverso un movimento.A volte attraverso il contatto.
E qualche volta semplicemente aspettando.
Il tocco come incontro
Una mano può premere, spostare, guidare, sostenere.
Ma può anche ascoltare.
È una delle cose che trovo più affascinanti nel lavoro corporeo.
La differenza non sta soltanto nella tecnica, ma nella qualità con cui entriamo in contatto e nella capacità di accorgerci di ciò che succede mentre lo facciamo.
Posso utilizzare le mani cercando di ottenere una risposta.
Oppure posso proporre qualcosa e aspettare di vedere cosa accade.
Per questo, con gli anni, la competenza ha assunto per me un significato più ampio.
Non è soltanto sapere cosa fare.
È anche sentire quanto fare, quando farlo e quando fermarsi.
Il tocco non è soltanto una manovra, ma una forma di incontro.

Anche le mani hanno una storia
C'è poi un'altra parte dell'incontro che considero sempre più importante: quella che riguarda chi tratta.
Anche noi operatori arriviamo con la nostra storia.
Abbiamo esperienza, convinzioni, preferenze, aspettative. Possiamo avere fretta di ottenere un risultato o affezionarci a una tecnica perché altre volte ha funzionato.
E possiamo desiderare così tanto di aiutare qualcuno da cominciare, senza rendercene conto, a cercare proprio la risposta che vorremmo trovare.
È anche per questo che considero il lavoro su di sé parte della formazione di chi lavora con le persone.
Non per diventare perfettamente neutrali.
Ma per imparare, almeno un po', a distinguere ciò che la persona ci sta mostrando da ciò che noi ci aspettiamo di vedere.
Forse anche questo significa essere presenti.

Perché “L'Arte del Tocco”
Questo spazio nasce da qui.
Dal desiderio di parlare di corpo, movimento, postura, dolore, stress, emozioni, consapevolezza e relazione senza cercare di ridurre tutto a un'unica spiegazione.
Ci saranno l'Ortho-Bionomy® e la Scienza del Benessere Integrativo Unificante. Ci saranno anatomia, fisiologia e ricerca. E ci saranno anche esperienze, riflessioni e domande nate dall'incontro quotidiano con le persone.
Cercherò di mantenere distinti questi piani.
Perché un modello teorico, un'evidenza scientifica e un'osservazione nata dall'esperienza professionale non sono la stessa cosa.
Ma possono dialogare.
Dopo molti anni trascorsi a lavorare con il corpo, mi interessa ancora conoscere nuove tecniche e comprendere meglio quelle che utilizzo.
Eppure la domanda che ritorna più spesso non è:
“Quale tecnica devo usare?”
È qualcosa di più semplice e, forse, anche più difficile:
“Di che cosa ha bisogno questa persona, in questo momento?”
È da questa domanda che vorrei partire anche in questo blog.
Le mani incontrano il corpo.La presenza incontra la persona.
Daniele Orta - L'Arte del Tocco



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